Vivi il basket 365, lui saprà ripagarti

Anche Kobe guardava Pollon, ecco perché per noi non è solo un giocatore che si ritira

L’addio di Kobe ci fa capire che la ricreazione è finita, come diceva Pieraccioni in un suo film. L’addio di Kobe al basket giocato fa capire a noi nati nel 77/78 che un’era è passata, che si volta pagina, che anche noi siamo diventati grandi (anche se avremmo già dovuto capirlo da un pezzo). Kobe darà l’addio al basket giocato nella notte italiana contro Utah allo Staples Center.

E i ricordi legati a Kobe hanno proprio il sapore di notti insonni, di Finals che finivano quando fuori era giorno. Di pacchi di biscotti del Mulino Bianco consumati sul divano senza sentirsi in colpa, come se la notte fosse un po’ una zona franca, in cui poter mangiare tutto senza sentirne le conseguenze sul fisico.

Pensi “Kobe” e mentalmente rivedi la sua mimica del corpo. Il fade away, movimento che ha reinventato e fissato per sempre nella storia del basket. Mentalmente rivedi la mano che resta alzata mentre torna nella sua metà campo dopo un tiro da tre.

Kobe è già di per sé il manifesto della nostra generazione. Ma per noi italiani e per noi toscani è di più. E’ uno che in Toscana ha vissuto negli anni della quasi-adolescenza, anni in cui aveva già piena coscienza di sé e di quello che avrebbe potuto fare.

Vederlo tornare a Pistoia nelle scorse estati è stato emozionante, ma lo è ancora di più vederlo tornare negli Usa per portare dentro lo Staples un pezzetto di noi malati di basket della regione che ci piace definire la più bella del mondo.

Parafrasando in qualche modo gli Offlaga Disco Pax, Kobe ha vissuto gli anni ottanta italiani (che sono più rigorosi di quelli di Praga). Per questo, lui che è già nostro coetaneo, lo sentiamo ancora più vicino. Avrà mangiato anche lui il gelato a forma di piedone. Avrà visto Pollon in tv come tutti noi. E quell’accento toscano quando parla italiano ci diverte sempre.

Possiamo parlare di tecnica, di palmares, del triangolo di Phil Jackson. Ma per noi Kobe resterà soprattutto l’amico, il figlio dei vicini di casa che ce l’ha fatta. Grazie bello, grazie di aver fatto capire alla nostra generazione che siamo ormai diventati grandi. E buona fortuna.

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