Vivi il basket 365, lui saprà ripagarti

Rucker Park, dove i fratelli neri tirano a campare: qui tutto parla del basket del vecchio Earl/TESTO E FOTO DA NY

Rucker Park, sullo sfondo uno dei project, ovvero case popolari, della zona

Il fiume Harlem, il soul, l’America nera, la pallacanestro. Niente è più ghetto di Rucker Park. E’ la perla di Harlem, due canestri e un tappeto verde di gomma. Intorno ci sono gli Stati Uniti dei project, ovvero le case popolari, dove abita la vera New York. Quella che poi va a lavorare nei fast food, o a servizio nelle case dei ricchi. I project, fatti di decine di piani, guardano dall’alto Rucker Park e i tanti, tantissimi campioni di strada che hanno calpestato quella gomma verde.

Qui tutto parla di sfortuna e di vita dura. Il nome Rucker intanto, che arriva diretto da Holcombe Rucker, amministratore dei parchi di Harlem. Un po’ una sorta di consigliere comunale o giù di lì. La sua idea divenne subito una grande idea: negli anni Cinquanta e Sessanta, per i ragazzi di Harlem era durissimo stare lontani dalla malavita. Finivi lì prima o poi. Rucker usò il basket come arma per educare e strappare i giovani a una certa vita. Non fu il primo e l’unico a far questo in tante parti del mondo.

Ma creò il torneo di Rucker Park, che anno dopo anno vide sempre più ragazzi partecipare da tutti i quartieri. Dando a tanti la possibilità di arrivare al basket professionistico. Sfortuna e vita dura: mentre fotografiamo Rucker Park, mentre lo percorriamo centimetro per centimetro, guardando la distanza della linea da tre (una mania di tutti, diciamolo) intorno ci sono tanti fratelli neri che cercano di sopravvivere. C’è una macchina che spara musica alta con un po’ di ragazzi intorno.

Per arrivare ad Harlem serve andare a nord di new York. A Penn Station si prende la linea arancione, la B e la D. Per guardare un po’ il quartiere e vedere che aria tira serve fermarsi a una fermata prima di Rucker, alla 145 strada. Da lì si arriva all’incrocio con la 155esima, che è sopraelevata. Al termine della sopraelevata, delle scalette portano giù fin sotto il ponte. Ed eccolo Rucker Park. Poco più in là scorre l’Harlem River. Oltre il fiume, lo stadio di baseball degli Yankees, lo Yankees Stadium.

Rucker è composto da un parco giochi per bambini, un campo di baseball e poi il campo di basket. E’ mattina e non c’è nessuno. Le foglie secche sul campo danno a tutta la situazione un che di epico. C’è un canestro, quello che dà verso il project, con la retina strappata. E’ una mattinata di sole, ma fa veramente molto freddo. Rucker è forse l’unico playground di New York col tabellone segnapunti.

Se arrivi in un giorno in cui non ci sono partite o tornei fatichi a riconoscere Rucker: molte delle tribune vengono smontate e resta soltanto quella sul lato lungo del campo, lo stesso lato del segnapunti. C’è silenzio. A Rucker si sentirà sempre e comunque la presenza di Earl Manigault. Il vecchio Earl, il più grande di tutti i tempi pur non avendo mai giocato in Nba o in una lega professionistica.

La leggenda dei campini di new York e anche di Rucker Park. Sì perché fu proprio Rucker a scoprire il talento di Earl, che, consumato dall’eroina, non arrivò mai a giocare con le stelle ma ebbe il tempo di redimersi e creare un suo torneo di basket per ragazzi più giù, a sud rispetto a Rucker, all’incrocio tra la Amsterdam Avenue e la novantanovesima.

Mentre fotografiamo e guardiamo il campo, qualche fratello comincia a guardare noi. Finiamo e ce ne andiamo, quello che avevamo da fare l’abbiamo fatto: rendere omaggio a Rucker e allo spirito del gioco.

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