Vivi il basket 365, lui saprà ripagarti

The Cage, ovvero: il nostro Moma. Il playground di Doc, veterano nel pieno spirito del gioco/FOTO E RACCONTO

Il nostro Moma si trova esattamentre tra la sesta avenue e la quarta strada. Lo trovate lí. The Cage, la gabbia, a New York è il succo del succo dell’America di strada. Un parco pubblico governativo vero e proprio. Un luogo dove solo entrare per scattare qualche foto é un privilegio. La cultura del playground, del basket di strada, del basket che ci piace, é tutta in questo campetto di pochi metri. Sono due i campini davvero di riferimento a New York. Ce ne sono molti, ma due sono quelli top. The Cage a Greenwich, a sud, prima che inizi la vera lower Manhattan. Rucker Park ad Harlem a nord. Non sappiamo se sia solo il gioco del destino che ha posto questi due campi aid ue estremi.

Di Rucker parleremo in seguito, ma l’effetto che provoca The Cage é assolutamente speciale. Ci arriviamo a piedi, ma la fermata della metro di Washington Square é proprio a un passo. Siamo a Greenwich, zona fondamentalmente fighetta della cittá visto che la nostra ormai amica Carrie Bradshaw nel film abita in zona.

Ma non ci sono scarpe col tacco e gloss nella gabbia. C’é lo spirito del gioco, e ti chiedi quanti ballers questi canestri hanno visto passare. Impossibile paragonare questo con altri campi famosi, tipo Venice Beach a Los Angeles. Il campo é piccolo, finché giochi dalla gabbia non esci. Ma per restare in campo devi essere bravo.

Siamo arrivati di mattina piuttosto presto e il campo era vuoto. Ma quando arrivi a giocare, quando ci sono decine e decine che aspettano il loro turno, puoi durare lo spazio di una partita a ventuno. Chi perde esce e con tanta gente difficilmente rientrerai se non quando fará buio.

Non abbiamo portato il pallone in segno di rispetto: siamo in abiti civili, non possiamo violare un posto cosí. Qui vale il rispetto, vale il prenderle e stare zitto, magari poi rendendole. Ma é vietato fare scene e chiamare fallo, saresti accompagnato fuori in pochi attimi. Non ce la sentiamo di giocare su quella gomma verde dove anche Marbury ha palleggiato.

“Michael is the greatest, man. He changed the game”. In questa mattina di autunno, mentre sui marciapiedi intorno al The Cage gli impiegati si affrettano verso il lavoro, Doc, veterano del Vietnam, é l’unico che fa due tiri. Non é piú giovanissimo ma vuole tenersi in forma cosí.

Parliamo di basket con lui e tira fuori Michael Jordan. Argomento scontato, ma da un personaggio del genere vogliamo di più alla domanda “Quale è il giocatore migliore che ti sia mai capitato di vedere?”. Poi tira fuori Earl Monroe, “Earl The Pearl man”. E allora ci tranquilizziamo constatando che è andato a scavare un po’ più a fondo.

Ci parla del suo Vietnam, di come si è ferito a una gamba e di quanti problemi abbia avuto nel nuovo inserimento della società. “Al tempo del Vietnam non mi lagnavo e non pensavo a come sarebbe stata la mia vita dopo”. Ci parla di New York. “Non sono di qui, sono nato a Chicago. New York è un bel posto in cui stare ma la gente ha troppa fretta per pensare a i problemi degli altri”.

Non ha un lavoro ma ha un figlio che gioca proprio nella gabbia insieme ai migliori. Oggi non c’è ma ci dice di lui che ha un gran palleggio, anche se ormai ha trent’anni e difficilmente troverà una squadra o un’opportunità, non avendo tra l’altro avuto un’istruzione vera e propria. Non sappiamo quanto sia il vero e quanto sia il falso del racconto di Doc. Di certo lui per noi è il volto del The Cage in una bellissima mattina di basket.

Doc palleggia e tira. Ride pensando che un europeo è venuto fin qui proprio per vedere il campo e fotografarlo. Avremmo potuto chiedergli il pallone, per fare un tiro dentro il campino forse più famoso d’America. Non lo abbiamo fatto in segno di rispetto. “Strive for greatness”, “Impegnati per arrivare in alto”, c’è scritto sul pavimento del Cage. Doc continua a tirare e palleggiare mentre intorno la città va al lavoro.

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