Vivi il basket 365, lui saprà ripagarti

Non di solo Kobe

di Francesco Marinari

Alla fine ci sono volute sette gare sette e 336 minuti ufficiali più i supplementari per capire un paio di cose: che non di sole superstar vive l’Nba, visto l’impatto contrastante di Bryant su una tra le più belle Finals; e che in questa lega una seconda chance per tutti, Artest lo dimostra, c’è davvero. Chi era allo Staples, chi l’ha vista in tv in diretta, chi come qualcun altro l’ha vista in un sabato mattina in registrata, ha ancora negli occhi la prestazione luci e ombre di Kobe sulla partita e su tutte le sette partite. Chi l’ha vista in registrata e sapeva il risultato finale senza sapere lo sviluppo del punteggio si è chiesto un’unica cosa, mentre i minuti passavano e una Boston davvero regale continuava a tenere il passo: quando entra in scena Kobe, quando piazza i 10-15 punti della staffa?

Perché sembrava impensabile che il trofeo andasse dalle parti di El Segundo senza che il figlio di Jelly Bean mettesse la firma sulla serie. Invece in qualche modo è accaduto. E’ accaduto che la squadra costruita intorno a Kobe è diventata lei stessa da comprimaria a protagonista, pur nei 23 punti e 15 rimbalzi del Mamba (quest’ultima cifra certo “drogata” dall’assenza di Perkins, impossibile non ammetterlo), che gli sono valsi un Mvp che forse quest’anno sarebbe dovuto andare in Catalogna.

Nei giorni scorsi aveva impressionato la frase di Obama su Lebron James: una superstar non è mai tale fin quando non ha intorno a sé la totale fiducia nel suo team e il suo team in lui. Questo Prez che finirà sulle banconote da tot dollari la sapeva lunga. Questo in effetti è successo in gara-7. E’ il quinto anello di Kobe e forse il più maturo. La superstar ha vinto per l’appoggio assolutamente decisivo della sua truppa. Pau Gasol, Odom da monumento, Artest e un Fisher stoico. E’ toccato a loro arrivare dove Kobe non è riuscito.

Dei cinque è l’anello più maturo di Kobe, se mi permettete: quello raggiunto con la consapevolezza a questo punto totale ed assoluta che non bastano i suoi trentacinque per conquistare la gloria. E’ sicuramente quello a cui ha pensato in piedi sul tavolo come Jordan, con il cappello in testa, i coriandoli che scendevano e le braccia aperte verso il suo pubblico. Vittoria matura, di tutti i gialloviola, che ha un valore maggiore.

Perché questa Boston è stata stellare e, diciamolo, meritava almeno un pezzetto del trofeo. Un gruppo unico nel suo genere, di certo il più talentuoso di tutta l’Nba, di certo il meglio allenato, di certo quello con le storie più incredibili. Quella di Rasheed Wallace, in pectore miglior giocatore della Lega, che ha mostrato al mondo di essere tutto: tiratore e uomo d’area con mani di seta, difensore e attaccante.

Quella di Rajon Rondo con la sua crescita esponenziale anno dopo anno, fino all’incredibile tripla dall’angolo negli ultimi secondi. Quella di Ray Allen, monumentale comunque in tutta la serie. Quella di Kendrick Perkins in borghese per il problema al ginocchio, che non riusciva a vedere la partita negli ultimi minuti, con la camicia a righe biancoverdi: un tormento per il povero Kendrick non riuscire a entrare per spazzare via in difesa quegli otto-dieci palloni che avrebbero cambiato la storia.

La storia l’ha scritta Los Angeles, chiudendo con il punto esclamativo una stagione che ha avuto diversi altri interpreti. Ne cito un paio: i pazzeschi Oklahoma Thunder di Scott Brooks e il loro gioco che gira mezzo secondo prima rispetto agli avversari. Hanno ancora molto da dire e, per poco, non hanno costretto spalle al muro proprio i Lakers al primo turno. E Alvin Gentry, signore della panchina: non dimenticheremo le sue strette di mano a tutti i Lakers al termine della finale di Conference.

Non dimenticheremo i suoi Suns, anzi i suoi Los Suns, giocare un basket pazzo e divertente perché guidato da due registi folli come Steve Nash e il talento puro di Goran Dragic, il cui movimento Indiana, cari miei, cercherò in maniera innomigniosa di imitare al campino. Il tutto nell’estate che sconvolgerà questa lega, l’estate dei free agent. Che fine faranno tutti lo sapremo presto. Intanto l’Nba di Kobe e Artest ci ha dato un paio di altre lezioni. Non scordiamocele.

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