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L’Hall of famer Sandro Gamba e i Celtics “alla Mourinho”

Sandro Gamba

da Skytv.it

di Vanni Spinella

Ancora una volta, sarà Lakers contro Celtics.
La finale “infinita” giunge così al dodicesimo capitolo della saga.
Un vero e proprio classico negli Anni ’60, se si considera che tra il 1959 e il 1969 fu la partita che assegnò il titolo per ben 7 volte.
Un tormentone negli Anni ‘80, ai tempi del dualismo tra Larry Bird e Magic Johnson.
Oggi ci risiamo. Con Los Angeles che va in finale per la settima volta negli ultimi 11 anni, e ritrova Boston.

Ad attraversare le tre epoche di questa supersfida, Coach Sandro Gamba. In Italia ct della Nazionale di Meneghin, ma da sempre legato alla pallacanestro Nba, avendo ricoperto a lungo il ruolo di selezionatore della rappresentativa “Resto del Mondo” che sfida ogni anno gli Stati Uniti. Se poi non bastasse, il basket americano l’ha incoronato nel 2006, inserendolo nella prestigiosa Hall of Fame.

Coach Gamba, Barack Obama aveva predetto la finale tra Boston e Los Angeles. E lei?
“Su Los Angeles non avevo dubbi. Ero incerto tra Boston e Orlando, ma propendevo comunque per Boston. Soprattutto per la sua tradizione di squadra che non muore mai, anche negli anni in cui erano quattro orfanelli senza soldi, troppo poveri per permettersi una super-star”.

La rivalità tra Boston e Los Angeles nasce negli Anni ‘60. Cosa ricorda di quelle sfide?
“Già all’epoca i Celtics erano una squadra velenosa, aggressiva. Non a caso fu quella che inventò la nuova difesa del basket moderno. Una squadra modello per un coach difensivista come me”.

A quei tempi per i Lakers non c’era nulla da fare. Vincevano sempre i Celtics, che dal ‘57 al ‘66 centrarono 10 finali di fila, vincendone 9.
“Sì, specialmente da quando presero Bill Russell, nel 1956, dall’Università di San Francisco.
Ricordo che quell’anno c’erano le Olimpiadi di Melbourne e lui era indeciso se farle da giocatore di basket o da saltatore in alto, tanto era bravo. Propendeva per il secondo, finché non intervenne il presidente degli Stati Uniti in persona, che lo convinse a giocare nella Nazionale di basket. Finì che gli americani, con lui, distrussero i sovietici”.

Cosa aveva di speciale?
“Era innanzitutto un grande atleta. I saltatori di solito prendono il rimbalzo nel loro ‘cilindro’, lui invece aveva fiuto e li prendeva tutti. Poi era un grande stoppatore: addirittura dalle sue stoppate partiva il contropiede della squadra. Insomma, trasformò la difesa in un’arma per vincere la stagione e non la singola partita”

La difesa era l’arma tattica dei Celtics?
“Erano famosi per il loro gioco di ‘difesa e contropiede’. Ma quando giocavano in casa avevano anche altri trucchi.
Per anni hanno giocato al vecchio ‘Boston Garden’ e i giocatori conoscevano i punti del campo in cui il parquet era un po’ sconnesso o irregolare. Così la difesa si organizzava e mandava lì il palleggiatore avversario, costringendolo a sbagliare o a fermare il palleggio”

Gli Anni ’80 sono quelli del dualismo tra Larry Bird e Magic Johnson: il bianco dell’Est contro il nero dell’Ovest. Lei con chi stava?
“Io stavo con Larry Bird. Non era un atleta, ma aveva qualcosa più degli altri. Faceva tutto: passaggi da play, segnava, prendeva i rimbalzi. Gli ho visto fare assist che nessuno della sua statura ha mai fatto. Un giocoliere alla Steve Nash, ma con 30 centimetri d’altezza in più. E poi era un giocatore molto competitivo”

Oggi invece c’è Kobe. Lakers-Celtics sarà la stella contro la forza del gruppo?
“Sì, sarà la sfida tra una squadra compatta contro una squadra legata al tocco di Bryant, il miglior tiratore in circolazione. Il 30% dell’attacco di Los Angeles si basa sui polpastrelli di Kobe”

Vincerà l’attacco o la difesa?
“Io dico sempre: da una grande difesa nasce un eccellente attacco. In America poi si dice che l’attacco vende i biglietti, ma la difesa fa vincere i campionati. È così anche nel calcio. Mourinho quest’anno ha alzato un muro dietro, e da lì ha costruito i suoi successi. Detto ciò, Los Angeles avrà il vantaggio di giocare in casa le partite determinanti”

Negli scontri diretti, finora, siamo 9-2 per i Celtics. I Lakers potrebbero soffrire psicologicamente il fatto di giocare contro la loro bestia nera?
“Di sicuro avrebbero preferito incontrare Orlando o Cleveland. I Lakers sono lanciati, questa sarà la loro terza finale di fila. Ma due anni fa fu Boston-Los Angeles e vinse Boston. I Lakers non tremeranno, ma saranno sicuramente più guardinghi”

Lei tiferà Boston?
“Mi è sempre piaciuta la loro filosofia. Li ho visti giocare molte volte ai tempi in cui gli allenatori come me, se volevano vedere i giocatori, dovevano alzare il sedere dalla sedia e andarli a vedere di persona”

Oggi invece?
“Ora ci sono gli agenti, i filmati e gli highlights, dove sembrano tutti campioni e poi ti ritrovi degli emeriti brocchi”

Uno dei segreti di Los Angeles è l’allenatore, Phil Jackson.
“Lo conosco fin da quando era giocatore negli Anni ‘70. Era un panchinaro, specialista se c’era da entrare per difendere coi gomiti per aria. Oggi è un coltivatore dello zen, grande motivatore”

Uno che dove va, vince. Come Fabio Capello. Guarda caso un altro a cui non piace prendere gol.
“Capello mi piace molto, l’ho incontrato un paio di volte a Coverciano. Andavo a tenere conferenze perché agli allenatori di calcio piace sempre sentire come noi del basket facciamo gli schemi, specie quelli difensivi o sulle palle inattive”

Torniamo al basket: chi vince l’anello?
“Los Angeles. Ma non facilmente, perché Boston non muore mai. Ha il carattere dell’Inter di quest’anno”

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