Vivi il basket 365, lui saprà ripagarti

Obama chiama Lebrone

Obama e il vecchio Marv

Abbiamo una fortuna da un annetto a questa parte: quella di poter fare i conti con un presidente Usa competente in fatto di palla a spicchi e provocatorio il giusto, tanto da portare il grande movimento 2010 dei free agent alla ribalta dell’opinione pubblica, all’attenzione dell’americano medio. Ci sono un paio di classiconi dal punto di vista mediatico che vedono protagonisti Obama e il basket: la presenza del presidente alle partite dei Bulls e la stesura di un bracket presidenziale Ncaa. Di tanto in tanto il prez si concede anche per delle interviste a tema cestistico.

In questo senso la Tnt ha fatto bingo: domani sera, 25 maggio, ora americana, andrà in onda questa intervista che Marv Albert, il Bruno Vespa del basket americano, è riuscito ad aggiudicarsi con Obama. Location: Washington Dc, nientemeno che nel playground della Casa Bianca, un luogo che quando arriverò a giocarci o chiuderò il blog, o queste pagine telematiche spiccheranno definitivamente il volo.

Marv segue il basket da quarant’anni e, tanto per capire, è stato insignito di uno speciale award anche dalla Hall of Fame. Ma certo intervistare Obama in mezzo al campino presidenziale rimarrà uno dei momenti più alti della sua carriera.

Lebron James e la sua nuova destinazione, il cambiamento per una sera del nome di franchigia dei Suns, divenuti Los Suns contro le leggi sull’immigrazione che penalizzano i latini: sono due degli argomenti che Renegade (così il presidente viene chiamato in codice dalla sua sicurezza, Renaissance è la first lady Michelle) ha toccato con Marv. E’ stata un’occasione per me per vedere più da vicino il playground della white house, completamente nuovo e costruito ormai oltre un anno fa: tecnicamente perfetto, reti verdi a delimitarlo, canestri in cristallo con paracolpi alla base con logo della Casa Bianca stampato. Un sogno.

Su Lebrone Renegade ha le idee chiare: “Perché non viene a Chicago – ha lanciato l’idea, da profondo tifoso Bulls – Abbiamo un’ottima ossatura con Derrick Rose e Noah, credo che si troverebbe molto bene. Credo che la cosa più importante per Lebron in questo momento sia trovare un gruppo con un coach che possa vedere come un modello da rispettare e compagni che sappiano mettersi al suo servizio. Se questo accade in Cleveland, beh allora deve rimanere a Cleveland. Se questo non avviene adesso in quella franchigia, deve cambiare”. Sulla situazione di Lebrone fa un paragone con i Bulls. “Una cosa che ricordo – dice – è che i Bulls non sono diventati tali fin quando Jordan ha iniziato ad avere davvero fiducia in Pippen, Grant e Phil Jackson. Non sarai un campione finché non riuscirai ad avere un sistema in cui avere fiducia intorno”. E prende l’esempio dei Lakers: “E’ la stessa cosa che è accaduta a Kobe. Prima con Shaq, ora con Gasol, ha sempre avuto un feeling di squadra. Cosa che ancora Lebron non è riuscito a raggiungere. Ed è questo a cui deve tendere”.

E sulla protesta della franchigia dell’Arizona sulle nuove leggi anti-immigrazione: “Essere una grande franchigia sportiva, praticare basket ad alti livelli non significa non essere coinvolti nella vita civile. Penso sia particolarmente apprezzabile che i Phoenix Suns diano voce ad una importante parte del loro pubblico (il pubblico di etnia latina, ndr) riguardo a questa nuova legge”.

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