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America ed Europa, così vicine, così lontane

Grimau alza la gloriosa coppa

Di ritorno da una domenica sportiva in redazione è stato d’obbligo passare la notte con la registrazione di Barcellona-Olympiakos (mysky, sei la scoperta più importante del nuovo millennio) e cogliere le sfumature, godersi il gioco, mandare al rallentatore all’infinito la virata di Kleiza. Mai come ieri, cari amici miei, si è visto come Nba ed Eurolega siano vicine e distanti allo stesso tempo. Il dualismo America-Europa continua a pervadere le nostre menti di portatori sani di morbo cestistico. Quale è il basket migliore? Chi onora di più il gioco? Quanto vale una schiacciata di Lebrone rispetto a un arcobaleno di re Juan Carlos Navarro? E quale è il fascino del TdBanknorth rispetto al Pianella di Cantù?

Domande che ritornano alla mente in queste ore in cui i blaugrana festeggiano. Lontani e vicini, amici e nemici. Mai come in questi anni Nba ed Eurolega, il basket statunitense ed europeo, stanno dialogando. Nessuno, nei primi anni Novanta, avrebbe potuto pensare che un giovane tedesco avrebbe condizionato non solo il gioco dei Dallas Mavericks ma di riflesso anche molte difese delle franchigie avversarie. Nessuno avrebbe pensato che una stella europea proveniente dall’Argentina avrebbe lasciato un segno così profondo in una franchigia texana dai colori bianchi e neri.

I tour europei dell’Nba si ripetono anno dopo anno con, nonostante i contrasti esistenti tra le due leghe, un incredibile successo. Che mostra come i mercati del Vecchio Continente nascondano, per la lega di Stern, territori ancora non del tutto esplorati, per una diffusione che ha margini importanti di sviluppo.

L’Europa dunque (grazie al ragazzo tedesco, a quello argentino e ad altri in futuro) ha detto, dice e dirà la sua in quella che era vista come una lega fisicamente inaccessibile per molti del Vecchio Continente. Eppure le storie più belle sul campo di Bercy, ieri sera, erano quelle di chi ha rinunciato agli Stati Uniti per l’Europa. Tante storie del genere sul parquet transalpino, altra riprova di come il mondo sia cambiato Di come i due mondi siano sempre più vicini. Ma allo stesso tempo, appunto, lontani. Alcuni grandi hanno saputo raggiungere la vetta dall’una e dall’altra parte. Uno è proprio quel ragazzo argentino di cui sopra. Ma è un caso un po’ a parte. Il resto dei campioni di Bercy di ieri sera ha annusato quell’aria ma poi è tornato in Europa. Juan Carlos Navarro e la sua storia con i Grizzlies, Ricky Rubio e il suo fugace rapporto con Minnesota.

E soprattutto, Fran Vazquez e il gran rifiuto del 2005 di far parte del progetto Orlando Magic, franchigia che lo aveva scelto al numero undici al draft. Europei che, per un motivo o per l’altro, hanno rinunciato alle stelle e alle strisce: non perché avrebbero non avevano gli skills per scendere sul parquet, ma semplicemente perché non sentivano loro quel modo di vedere il basket, quel modo dei tifosi di fruire della partita, quel largo uso delle isolation “palla a Kobe e gli altri a guardare”, di cui abbiamo avuto un clamoroso esempio in gara-6 di Lakers-Thunder.

Meglio giocatori medi in Nba o superstar dell’Eurolega con la coppa in mano? Così lontane, così vicine: America ed Europa a volte parlano, a volte si innamorano, ma spesso, ci hanno mostrato quelli in maglia blaugrana, voltano la testa in due direzioni opposte. In controluce, l’esempio vale anche, sempre sul parquet di Bercy, per chi, statunitense, è venuto a cercar fortuna in Europa: Josh Childress rimane infatti un oggetto troppo misterioso nel sistema Olympiakos. C’è qualcosa, in questi anni, che continua a non convincerlo del mondo europeo, ma io non sono così importante per poterlo intervistare a dovere e quindi raccontarlo anche a voi.

Meglio giocatori medi in Nba o superstar in Europa? Il dubbio attanagliava anche me, per quanto ami, per motivi diversi, l’uno e l’altro mondo. Per schiarirmi le idee stamani ho preso uno degli amici più cari che ho, molto più alto di me, con eccezionali skills cestistici, e l’ho portato al campetto. Di fronte al canestro in ferro e a quelle scelte di tiro impossibili per riuscire a vincere, ho pensato alla notte prima. Alla bellezza del gioco europeo, alla pulizia dei movimenti, alle perfette chiusure di pick&roll, alla storia di cui trasuda certa Eurolega. Ma anche a Jack Nicholson a bordo campo, alle feste post All Star Game, alle albe fatte per seguire le Finals guardando il Mamba colpire. Impossibile secondo il mio punto di vista trovare risposte vere: re Juan Carlos ha semplicemente seguito quello che il cuore e la passione per il gioco gli dicevano. Fate così anche voi sempre.

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