Vivi il basket 365, lui saprà ripagarti

The underdogs’ night!!!

Onore e gloria, da giornalista di desk, a chi ha fatto il titolo dell’Indy Star, quotidiano di riferimento di Indianapolis. “The Underdogs’ night”, la notte dei derelitti, presenta alla grande Butler-Duke, evento storico per Indianapolis e per tutto l’indiana. Un titolo che gioca con i “dogs” di Butler, i Bulldogs. Se non fosse che il bracket Ncaa è quanto di più aleatorio possa trovarsi su questo pianeta nel quale ci troviamo a vivere, verrebbe da pensare che una finale del genere sia stata pilotata. Questa è una delle finali per eccellenza nella storia dell’Ncaa, anzi è la finale per eccellenza nella storia degli Stati Uniti. Davide contro Golia, un piccolo ateneo che alle basketball operations dedica 1,2 milioni di dollari contro uno che dedica alla palla a spicchi dieci volte tanto. E ancora il 33enne coach di Butler, Brad Stevens, solo un anno più di me (!) il cui nome suona in maniera molto simile a Cat Stevens e che per studiare e capire coach K legge i suoi libri. Aggiungeteci che Butler Blue II, il bulldog-mascotte di Butler è nato nel mio stesso giorno (27 marzo) capite perché mi senta particolarmente coinvolto anche io da questa finale.

Il popolo Usa va a nozze con le storie del piccolo che lotta e batte il grande, forse perché proprio quel popolo è nato dal nulla, si è fatto da sé. Fatto sta che in queste ore non si parla se non di Butler-Duke, finale di un campionato che al Gran Ballo è stato ricco di upset e giocatori-personaggi saliti alla ribalta improvvisamente.

E’ la serata di Brad Stevens, coach che in realtà aveva un ottimo impiego da Eli Lilly, multinazionale farmaceutica presente anche in Italia (c’è una sede a Sesto Fiorentino, andate un po’ a chiedere se sanno la storia di Stevens). Brad lavorava da non troppo da Eli Lilly ma sentì che il basket era la sua vita. Per questo, avendo già all’università trafficato tra panchine varie, si unì all’ateneo della sua città (sì, anche lui è di Indianapolis) e cominciò la sua carriera da assistant coach. Nel 2007 diventò head coach al posto del suo mentore, coach Todd Lickliter, a cui ha fatto dunque il vice per sette anni. Il resto è storia che arriva direttamente fino alle finali di stanotte.

“Cosa faccio per battere i grandi coach? Leggo i loro libri”, occhieggia Brad di Eli Lilly guardando coach K e subdolamente provocandolo alla vigilia della sfida. In effetti la sproporzione tra le due contendenti è tanto grande che tanto vale scherzarci su. Butler fino a ieri ha preso, come squadra, soltanto tre aerei mentre Duke in aereo ormai quasi si allena. La sproporzione nella parte di bilancio dedicata alle operazioni cestistiche (1,7 milioni a 12 circa) viene raccontata in tutte le salse dai giornalisti americani.

Insomma, se Butler è la Cenerentola d’America in questo momento, è sicuro che la vera Cenerentola aveva più soldi in tasca dell’ateneo, dice sempre lo Star ai suoi lettori. L’approdo alle Sweet Sixteen del 2007 però non fu un caso. Hanno dominato in questi anni la Horizon League, la loro conference, che raduna dieci atenei in tutto, tutti del Midwest. Hanno scalato ranking su ranking. Sono insomma una super sorpresa ma non proprio degli sconosciuti, anche se certo il pedigree non è eccelso. Il peso è tutto su Duke: se vince vabbé doveva vincere, se perde l’America le farà un immenso “ah ah” nel pieno stile Nelson di simpsoniana memoria. E Stevens salirà agli onori della cronaca come l’head coach che ha battuto in serie prima Tom Izzo con ‘State e poi coach K con Duke.

E permettetemi un piccolo pensiero a Myles Brand, il grande riformatore dell’Ncaa morto qualche mese fa. Avrebbe apprezzato questa finale, ma credo che in qualche modo avrà un bello schermo Hd e un barbecue già pronti per guardare il match.

Dopo aver discettato in maniera piuttosto alta scendo sul parquet: dal punto di vista meramente sportivo la classe di Duke non è in discussione e, sulla carta, non facilmente annientabile da quelli dell’Indiana. La loro immensa capacità di sporcare il ritmo e spezzare il gioco si è vista tutta al Gran Ballo. A ragione, tutti dicono che Syracuse ha perso da Butler segnando 59 punti con 18 palle perse, quando veniva dalla vittoria con 87 punti e il 48% da tre contro Gonzaga. E che Kansas State ha vinto con 101 punti in due supplementari contro Xavier col 42% da tre quando contro Butler ha messo quasi la metà dei punti (56) e il 39% dal campo.

All’ateneo si stanno organizzando per vedere la partita tutti insieme. Molti andranno al Lucas Oil (i soliti raccomandati che trovano i biglietti) altri organizzeranno party per vederla tutti insieme in tv. L’ateneo ovviamente organizza una sua festa e la rete alumni ne organizza altre in tutti gli Usa, come avete visto dall’altro mio post. Grande euforia e baldoria ma come diremmo in Toscana è un ateneo ammodino: si laurea oltre il 90% di chi entra e si pensa a studiare. Insomma si fa casino certo, ma con giudizio.

Vedete un po’ voi, io comunque sto con Butler Blue II, sette anni, nato nel 2004, bulldog di proprietà dei signori Michael e Tiffany Kaltenmark. E’ lui la mascotte ufficiale di Butler, un cagnone che scende sul parquet ad ogni match e che vedete in foto sopra. Vengono dati party in suo onore e quando lo portano alla spa per farsi bello le foto finiscono sui meglio siti di Indianapolis. E quando azzanna il suo osso il match può cominciare. A quel punto a non mollarlo l’osso sono i cinque dell’Indiana sul parquet. Chissà… Buon match.

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