Vivi il basket 365, lui saprà ripagarti

Io sono leggenda. Kareem: “La maestra mi diceva di sedermi, ma io ero già seduto”

Kareem con Obama, il presidente "basket friendly"
Fonte: Corriere.it
Se i numeri nello sport sono tutto, quelli di Kareem Abdul Jabbar sono impressionanti: 20 stagioni e 1.560 presenze nella Nba, 38.387 punti (record imbattuto) in carriera. Poi 6 titoli Nba (e 3 Ncaa), 6 volte Mvp, 19 partecipazioni all’All Star Game. Ma i numeri per KAJ non bastano: laureato in Storia, scrittore, musicista jazz, attore, allenatore. E l’impegno nella lotta per i diritti civili. Più che un atleta, una leggenda vivente.

Kareem Abdul Jabbar, come ci si sente ad allenare ragazzini ricchi e capricciosi?
«È un ambiente diverso, e te ne rendi conto subito. Il gioco è arrivato a un punto tale da diventare un’occasione finanziaria straordinaria per qualsiasi ragazzino abbastanza fortunato da entrare in una squadra».

E lei ci si ritrova, in mezzo a questi ragazzini?
«Alle volte è così difficile… Pensano di sapere già tutto, sono insofferenti a qualsiasi osservazione. Saltano, schiacciano, e solo per questo credono di essere dei fenomeni. Poi, che la squadra perda di 20 punti, a loro non interessa ».

Hanno rispetto per l’uomo che ha il record di punti nella Nba?
«Mah, forse si rendono conto che capisco qualcosa di questo gioco».

Che differenza c’è tra la sua generazione di giocatori e quella di oggi?
«Ai miei tempi si cresceva giocando nel college, oggi si impara nei playground, perché dal liceo si passa direttamente alla Nba. I giocatori guadagnano molto, e da subito, ma hanno perso la possibilità di imparare il gioco, e i suoi valori etici, in una situazione senza stress».

Se oggi si pensa solo a schiacciare, a lei lo impedirono con una regola su misura.
«Quella regola prima mi ha fatto arrabbiare, poi mi ha spinto a cercare alternative ».

E qui è nato il suo marchio di fabbrica, il gancio cielo.
«In realtà avevo cominciato a fare pratica di questo tiro sin dalle elementari, ed era già molto efficace».

Come vive la sua altezza?
«Be’, alle elementari compagni mi consideravano un freak. La maestra mi chiedeva di sedermi e io rispondevo: sono già seduto. L’altezza può far sentire diversi, ma nel mondo bisogna imparare ad adattarsi».

Sarà difficile passare inosservati, quando si è alti 2,17.
«Certo, se Al Pacino decide di andare in un supermercato, si infila un cappellino da baseball, un paio di occhiali scuri e il gioco è fatto. Io anche con cappellino e occhiali non riuscirei a nascondermi.
Ma è una cosa che ho imparato a gestire per vivere la mia vita».

Lei è stato protagonista dello Showtime dei Lakers. Com’era giocare con Magic?
«Un’esperienza divertente ed eccezionale. Dieci anni meravigliosi. Avere la possibilità di giocare con una personalità del calibro di Magic Johnson rappresenta il punto culminante di una carriera. Ho avuto la fortuna di giocare con Magic, ma anche con Oscar Robertson. Dei veri leader».

Si dice che tra lei e Magic i rapporti fossero piuttosto tesi. Lei però non ha mai fatto come Shaq, che se n’è andato pur di non giocare più con Kobe.
«Mai, in nessun momento, ho pensato di non voler più giocare con lui. Anche se abbiamo avuto divergenze personali, questo non ci ha mai impedito di giocare insieme. Nello spogliatoio c’era sempre una bella atmosfera, una sensazione di unità tra di noi».

Lei ha smesso di giocare a 42 anni. Dica la verità: quante altre stagioni avrebbe potuto continuare?
«Credo ancora un paio d’anni. Ma è anche questione di qualità. Se non potevo rendere al meglio, non ne valeva la pena».

Ora collabora con Phil Jackson ai Lakers. Ha in mente di diventare capo allenatore nella Nba?
«Potrebbe succedere, ma non ho ancora idee precise».

Le spiace non aver partecipato a un’Olimpiade?
«Sarebbe stata una bella occasione, ma purtroppo le cose sono andate in un altro modo».

È stata una sua decisione. Fu lei a boicottare i Giochi del 1968.
«Fu una scelta difficile, ma ci avevo pensato molto. La squadra olimpica dava un senso di armonia razziale che nella realtà non esisteva».

Nel ’68 lei boicottò i Giochi. Nel 2008 Barack Obama è diventato presidente degli Stati Uniti. Che cosa è cambiato in questi 40 anni?
«Finalmente l’America è diventata un paese capace di giudicare le persone in base alle loro qualità, e non al colore della pelle».

L’elezione di Obama è un punto d’arrivo o di partenza?
«È una pietra miliare, ma abbiamo ancora molta strada da fare».

Che ruolo deve avere l’America nel mondo?
«L’America dovrà ridefinire il suo ruolo sullo scenario mondiale. Dopo gli anni di Bush, l’America ha smarrito la strada: occorre impostare nuovamente i rapporti con il resto del mondo».

Perché la scelta di prendere parte al video pro Obama?
«È stato il mio modo per dargli sostegno».

A proposito di video. È rimasto sorpreso quando i fratelli Zucker hanno pensato che lei avrebbe potuto essere divertente ne «L’aereo più pazzo del mondo»?
«Beh, non lo so, io in quel periodo avevo una tale immagine di serietà che mi sembrava opportuno far vedere che avevo anche un buon senso dell’umorismo. Il fatto è che il pubblico pensava che io fossi incapace di accettare le critiche, qualità essenziale per un giocatore».

Era anche grande amico di Bruce Lee.
«L’ho conosciuto quando ero alla Ucla. Siamo diventati amici e ci siamo allenati insieme, anche dopo l’università, per un paio d’anni, in pratica fino alla sua morte».

Parliamo di un’altra passione, la musica. Lei è figlio di un musicista.
«In realtà mio padre era un poliziotto. Però ha suonato con i grandi del jazz, da Gillespie a Count Basie. Ed era nell’orchestra al Madison Square Garden quando Marilyn Monroe cantò per il presidente Kennedy».

Lei sostiene che basket e musica hanno un percorso comune.
«Negli anni Venti c’era una squadra nera che giocava a Harlem, in una sala da ballo, e la musica di Harlem è diventata la colonna sonora del basket. Nello stesso modo la danza e lo sport avevano una radice comune, cosa che ora è ancor più evidente con l’hip hop».

Vogliamo parlare di droga? Che cosa racconta ai ragazzi quando li incontra? Racconta loro delle sue esperienze ai tempi di Ucla con erba, Lsd, cocaina, eroina?
«Oggi incoraggio i ragazzi a essere responsabili e a restare sulla buona strada. Se si abbandona quella strada, si mette a rischio la propria vita. Sono ‘‘esperienze” che possono costare caro e io ho avuto la fortuna di essere sfuggito alle conseguenze peggiori».

Che differenza c’è tra Lew Alcindor e Kareem Abdul Jabbar?
«Alcindor era un giovane senza esperienza, che doveva imparare tutto dalla vita, Jabbar una persona matura. Sono fortunato di essere arrivato al punto in cui mi trovo oggi».

Che cosa significa per lei essere musulmano?
«L’Islam mi ha dato una base morale e un modo diverso di vedere le cose del mondo».

Come ha vissuto l’11 settembre?
«L’11 settembre ha coinvolto tutti gli americani in modo molto drammatico. Come nazione, dobbiamo renderci conto che le cose sono cambiate e che il mondo è diventato molto complesso. È stato un brusco risveglio per il nostro Paese».

E per lei?
«Io ero arrabbiato. Come gli altri musulmani americani, ho dovuto guardarmi intorno per capire quello che stava succedendo. In questo non eravamo diversi dagli altri americani, solo che avevamo una prospettiva un po’ diversa».

Se dovesse definire con tre parole Kareem Abdul Jabbar, che parole userebbe?
«Direi che è un uomo che ha ancora molto da imparare».

Arriverà il giocatore che riuscirà a battere i suoi record?
«Difficile. Se penso a quanto guadagnano i campioni di oggi, non credo che resteranno in campo tanto a lungo quanto sono rimasto io».

Roberto De Ponti

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