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Kobe e l’Area 61

Kobe vs Lebron

Kobe vs Lebron


E’ un duello tra due caratteri particolarmente forti, per cui quella che abbiamo visto fin qui è solo la prima puntata. Tra Kobe e Lebrone il duello a distanza è tra chi ce l’ha più grosso lo scout finale del match. Ora però, fatemi parlare di Kobe, della sua eleganza, della purezza dei movimenti. Dei 61 messi nel tempio dei templi, il Madison, a New York. Riporto il pezzo per “Il Giornale” scritto da Mitja Viola, un italiano a New York il cui blog “Profumo di Vaniglia” potete vedere tramite i miei link a fianco. Il pezzo è stato scritto all’indomani dei 61 contro i Knicks. Un blog interessante perché scritto “sul campo”. Un blog che profuma di Rucker Park, e spero che l’autore apprezzi la frase. Vi consiglio di passarci. Sia dal Rucker che dal blog.

Da “Il Giornale”
New YorkTre anni fa, reduce da 81 punti segnati in quel di Los Angeles contro Toronto, un Kobe Bryant fin troppo carico, di passaggio al Madison Square Garden, una mezza promessa se l’era anche lasciata scappare: «Non so se riuscirò a segnare 100 punti in una partita, ma se devo farli, questa potrebbe essere la mia arena ideale». Una toccata e fuga che assomiglia molto ad un appuntamento con la storia, una saga a puntate, figlia dell’ultimo episodio di un giocatore fin troppo unico nel suo essere, un talento che lunedì sera, proprio a New York, ne ha messi 61 di punti nella sfida vinta dai Lakers (126-117) contro i Knicks di Gallinari.

Un Kobe abile a concentrare tutta la sua dimestichezza in quaranta minuti, quasi fosse l’ennesima parodia da raccontare col vizio di voler dimostrare qualcosa: lui e la leadership per quell’anello che gli manca da un bel po’. Lui e la somiglianza con Michael Jordan, detentore del record di 55 punti segnati al Madison da un giocatore ospite. Ancora lui e la consapevolezza di chi, pur a malincuore, lo vede ancora una volta miglior giocatore alla faccia delle prodezze fin troppo evidenti dell’altro numero uno in circolazione: Lebron James da Cleveland.

E come dargli torto: 18 punti nel primo quarto, 34 all’intervallo, 46 allo scadere del terzo e 61 prima della standing ovation finale. Il tutto condito da un’eleganza fin troppo felina, una classe figlia di un istinto naturale abile a far sognare e inventarsi canestri che non immagini. Non a caso, bisognerebbe chiedere un’opinione personale a quella folta schiera di presenti che lunedì, di fronte al fatidico prezzo del biglietto, lo hanno incoraggiato, pur giocando fuori casa, dal primo all’ultimo minuto della sua esibizione: la cornice ad una serata a dir poco indimenticabile.

«È una sensazione molto bella – ha spiegato il diretto interessato con tono fin troppo composto ed educato – sono fortunato a fare questo mestiere. Giocare al Madison Square è sempre qualcosa di unico e farlo sorretto da cori di approvazione, diventa qualcosa di assolutamente bello. Stavolta, come in altre occasioni, ho sentito quel feeling particolare che ti accompagna in serate come queste quindi, sin dal preriscaldamento, ci ho solo dato dentro.

Il record personale? Non ci ho pensato, so che c’erano di mezzo Michael Jordan e i precedenti 55 punti, ma non mi interessa parlare di certe situazioni. Quel che ha fatto la differenza sono stati diversi fattori, dall’infortunio di Bynum, alla maggior determinazione che un leader deve mettere in campo in momenti così delicati. Penso solo che per un giocatore di basket che cerca un certo tipo di risultati, questi momenti sono incredibili».

Un modo di essere fin troppo naturale e scontato per pensare che alla fine, tutto è capitato per caso. Una sorta di presentimento che trova appoggio nelle parole di commento di Phil Jackson, uno che ne ha viste in questo mondo chiamato pallacanestro moderna: «I 55 punti di Jordan erano ben diversi – ha aggiunto il plurititolato allenatore americano – la partita e il contesto erano diversi, ciò non toglie che Kobe rimane uno di quei giocatori in grado di regalare queste sensazioni. Dai suoi modi di fare, durante tutta la gara, ho capito cosa desiderava e alla fine, lo abbiamo lasciato fare. Il risultato parla da sé».
Di fatto l’ultima parola spetta ora nientemeno che al suo attuale antagonista, Lebron James.

James, che si dice pronto ad accettare le advance di New York nel 2010, sarà di scena questa sera al Madison per il botta e risposta in chiave «Mvp»: il miglior giocatore della stagione. Il resto fa parte della trama di un racconto che di certo non finisce qui. «Non puoi fermare un giocatore come Bryant quando è in serata – ha aggiunto Danilo Gallinari che appena entrato in campo, approfittando di due tiri liberi, ha scambiato delle parole in italiano con l’asso dei Lakers -. È praticamente impossibile. Quello che ha fatto non trova parole perché è assolutamente unico. Quanto a noi, andiamo avanti per la nostra strada. Peccato, siamo in un buon momento e questa sconfitta non ci voleva».

In altre parole, Bryant ne ha fatta un’altra delle sue e come sempre, l’ombra di Michael Jordan si è mossa un po’ in direzione della linea del sole. Tutto il resto, almeno per un giorno, conta in maniera relativa.
Mitja Viola

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